Yura composeva di nuovo e di nuovo il numero di sua madre, ma la risposta era sempre fredda e invariabile:
«Il numero non è più in servizio.»
Non la chiamava da due anni. La moglie lo aveva messo di fronte a una scelta: o lei o la madre. E lui aveva scelto la moglie.
— Il numero non è più in servizio…
Yura sentì il respiro bloccarsi, e sotto la camicia bianca da lavoro il sudore freddo gli bagnò la schiena. Nel parco dove si era seduto passò un gruppo di adolescenti che ridevano. Yura li guardò come un uomo selvaggio, come se non capisse chi fosse, dove si trovasse e perché esistesse tutto ciò: la vita, le risate, la gioia, il tempo spensierato…
La lettera giaceva sulle sue ginocchia. Sul fronte della busta era scritto in grandi lettere, con una calligrafia ordinata: «A Yura.» Punto. La madre metteva sempre i punti ovunque. Yura aveva già aperto la busta. Non era mai stata aperta prima, quindi la sorella non l’aveva letta.
La madre aveva scritto due pagine con la sua calligrafia perfetta, precisa, senza fronzoli né svolazzi — come scrivevano gli studenti modello sovietici: ogni lettera identica all’altra, tutto ordinato, senza una sola macchia.

La lettera cominciava con le parole:
«Caro Yura, figlio mio. Se stai leggendo questa lettera, significa che non ci sono più…»
Yura emise un suono soffocato a quel punto. Cercò di trattenere le lacrime, ma continuando a leggere non ci riuscì.
Quel giorno non pensava affatto a sua madre. Era uscito per la pausa pranzo, per mangiare uno shawarma. Pregustava già il momento in cui avrebbe morso la carne succosa e affumicata, con cavolo, pomodoro e cetriolo, abbondantemente condita con la salsa speciale — il tocco personale dello shawarmista tagiko.
Rimase di sasso davanti alle porte girevoli del centro commerciale — gli era sembrato che da lì fosse uscita sua madre, che non vedeva da due anni.
Un impermeabile marrone, capelli neri leggermente mossi che sfioravano le spalle curve, il passo pesante di una donna corpulenta stanca del lavoro e della vita domestica… Era identica alla madre che aveva dimenticato.
Negli ultimi tre mesi gli era sembrato di vederla ovunque, e l’aveva anche sognata due volte: una volta la madre che preparava le valigie per partire, un’altra in cui lui era bambino e cercava la sua protezione dai nemici, ma lei non lo aiutava, era triste, distante, semplicemente seduta — e non era affatto da lei comportarsi così.
Yura provava un’angoscia terribile, come se il mondo diventasse insopportabile senza la sua presenza protettiva.
Proprio tre mesi prima, nel letto di Yura era entrato un animale — forse una faina, forse un ratto. Era ferito, miserabile, e si strinse a Yura con il suo corpicino mezzo spelato e caldo. Gli faceva ribrezzo, ma la pietà vinse il disgusto: Yura gli permise di arrotolarsi a ciambella sul cuscino, vicino alla sua testa, e la bestiola rimase lì, respirando pacificamente. Non aveva più forze.
Poi Yura si rese conto che in casa loro non c’erano né ratti né faine, e nel momento stesso in cui ci pensò, nella stanza buia tutto sparì — rimase solo una lieve impronta calda sul cuscino accanto a lui. Yura avrebbe giurato che non fosse stato un sogno.
Quella notte la moglie dormiva già, e Yura prese il telefono: la mano trovò da sola le foto in cui c’era anche la madre, quando erano ancora una famiglia unita, senza litigi. Non sapeva cosa pensare.
Fermatosi vicino all’uscita del centro commerciale, Yura stava per rincorrere quella donna che gli era sembrata sua madre, ma sentì un corriere chiedere alla guardia:
— Mi scusi, a che piano si trova l’elettrodomestica? Devo fare una consegna.
— Al terzo, — rispose con tono importante la guardia.
— Ci lavoro io lì, — intervenne Yura, alzando lo sguardo dalla porta. — A chi è la consegna? Magari a me?
Aveva un presentimento. Il corriere lesse con incertezza l’etichetta sul pacco.
— A Sëmin Yuri.
— Sono io, — disse Yura, tendendo la mano.
— Mi mostri il passaporto, per favore, — disse il corriere senza fretta.
Yura si toccò il petto, estrasse il passaporto dalla tasca e firmò la ricevuta.
Uscì in strada e si allontanò dal rumore del traffico. Strappò il pacco: dentro c’era un biglietto di sua sorella.
«La mamma è morta il 12 giugno. Ti ha lasciato una lettera. Non osare chiamarmi — non risponderò. Sei stato e resterai per me un traditore.»
12 giugno! E oggi era già il 15 settembre! Tre mesi interi senza che gli dicessero nulla!
A Yura martellava la testa, lo stomaco gli si contorse per la nausea e vacillò, quasi svenendo, ma si sorresse appoggiandosi alla parete polverosa e rossastra del centro commerciale.
Sua madre era morta! Sua madre, la persona che gli aveva dato tanto amore, tanta fedeltà, dedizione e protezione…
Colei a cui Yura, per sostenere la moglie, aveva gridato:
«Io non sono più tuo figlio!»
Yura si dimenticò dello shawarma, del cappuccino e della fame che lo tormentava da due ore. Era impossibile credere a una cosa del genere, non subito… Non ebbe il coraggio di aprire la lettera lì.
Camminò, senza vedere nulla, fino al parco. Si sedette su una panchina. Rimase a lungo indeciso, poi finalmente aprì la busta.
«…significa che non ci sono più. Ho il cancro, allo stadio quattro. Oggi ho sentito un’improvvisa ondata di forza e ho deciso di scriverti finché la mano riesce ancora a tenere la penna.
Sai, dicono che questa improvvisa ripresa di energie nella mia malattia è il segno certo della fine vicina.
Yuročka, non incolparti. Quante volte ho composto il tuo numero e ho riattaccato prima ancora che partissero i segnali!
Siamo entrambi — tu e io — prigionieri dell’orgoglio.
Anche ora, mentre scrivo queste righe, l’orgoglio non mi permette di chiamarti. E tu non chiami.
Forse non pensi nemmeno più a me, forse ti è indifferente, ma tu sei mio figlio, il mio bambino, e io non posso smettere di amarti.
Perdonami se non sono riuscita ad andare d’accordo con tua moglie, ho avuto anch’io le mie colpe, ma neanche lei è una persona semplice.
Perdonami per le mancanze che ho avuto nella tua educazione; vi ho cresciuti da sola come potevo.
Forse sono stata una cattiva madre, se sei riuscito così facilmente a voltarmi le spalle.
Ho avuto ciò che meritavo.
Mi hai punita, figlio mio.
Adesso basta, è abbastanza.
Perdonami.
Quanto avrei voluto, prima di morire, vivere un piccolo miracolo e sentire la tua voce…»
Yura pianse, soffocando i singhiozzi nel pugno.
Non si era mai considerato un figlio trascurato o poco amato.
La madre aveva sempre trovato il tempo per parlare con lui, confortarlo, ascoltarlo, dargli un consiglio.
Lo aveva protetto come una lupa.
Quando, in quinta elementare, due compagni avevano iniziato a prenderlo di mira, lei ne aveva catturato uno per strada e gli aveva messo un coltellino all’orecchio:
«Se tocchi ancora Yura, ti taglio l’orecchio destro, capito?»
La madre lo aveva poi iscritto a un corso di karate e gli aveva sempre insegnato che bisognava combattere, resistere fino all’ultimo, non mostrare mai ai nemici la propria debolezza, ma solo forza, coraggio e, se necessario, disperazione.
— Puoi sempre diventare un debole, per quello non serve niente. Per tutto il resto devi saper lottare.
Yura premette il telefono all’orecchio e, aspettando i segnali di chiamata, parlava mentalmente:
— Ti sto chiamando, mamma, per favore, rispondi.
Perdonami per essere stato così debole.
Mi correggerò, e che questa lettera sia solo uno scherzo, ti prego!
Dall’altro capo, un silenzio opprimente, come in una tomba, come in una scatola nera, e poi…
«Il numero non è più in servizio.»
— No! No! Non ci credo! — urlò Yura, componendo di nuovo e di nuovo il numero di sua madre.
Ma la risposta era sempre la stessa:
«Non in servizio. Non in servizio. Non in servizio!»
Sfinito, chiamò la sorella, ma lei, senza nemmeno un saluto, gli gridò:
«Vaff… coglione!» — e riattaccò.
Yura chiese un permesso dal lavoro e tornò a casa. Rimase immobile sulla soglia — non si tolse né la giacca né le scarpe. Le forze lo avevano abbandonato.
Sua moglie Alisa fece un passo indietro. Era a casa in malattia, con il bambino.
— Perché sei tornato così presto? È successo qualcosa, Yura?
Yura la guardò con disprezzo. Le parole gli uscivano a fatica.
— Mia madre è morta.
— Cosa? — Alisa si portò la mano al petto, e quel gesto finto infastidì Yura — come se a lei importasse davvero. — Tua sorella ti ha chiamato? Quando ci saranno i funerali?
— È successo tre mesi fa.
— E non ti hanno detto nulla? Bella famiglia! Non c’è da stupirsi se noi…
— Chiudi la bocca! — ringhiò Yura. — Non osare più parlare della mia famiglia.




