– Sei a casa? – chiese Kirill con voce breve, chiamando la moglie durante la pausa pranzo. La sua voce suonava ovattata, come se provenisse da un’altra dimensione, da quel mondo in cui la vita scorreva e procedeva normalmente, dove le persone correvano per le proprie faccende, ridevano e facevano progetti. Quel mondo appariva a Rita così lontano, quasi irreale, come un vecchio sogno di cui i dettagli erano ormai sbiaditi nella memoria.
– Sì, – rispose brevemente Rita, senza staccare gli occhi dallo schermo. Sul monitor, ancora una volta, soffriva l’eroina di una melodramma – una scena drammatica con lacrime, labbra tremanti e parole di addio. Ma Rita non riusciva nemmeno a ricordare il nome di quella donna, pur avendo già visto il film una seconda volta, se non di più. Tutte quelle scene si fondevano per lei in un unico, interminabile flusso di dolore altrui, un eco seppur distante dei suoi stessi sentimenti, l’unico riflesso che risuonava nella sua anima vuota.

Gli ultimi due mesi si erano fusi in un unico giorno grigio senza fine. Il tempo aveva perso confini chiari: il mattino scivolava impercettibilmente nella sera, e le serate si dissolvevano in notti insonni. Poteva restare sdraiata per ore, fissando il soffitto, osservando i riflessi di luce solare che lentamente scivolavano sulle pareti, fino a che il crepuscolo non li sostituiva, e poi un tenue fascio di luce della lampada stradale filtrava di nuovo nella stanza. Il mondo si era ristretto alle dimensioni del loro appartamento, e l’appartamento stesso era diventato soltanto un involucro, all’interno del quale esisteva come un fantasma senza pace. Eppure, fino a poco tempo prima, era stata felice! Questo pensiero talvolta la trafiggeva con un dolore acuto, insopportabile, dal quale avrebbe voluto urlare, ma non aveva nemmeno la forza di farlo.
Tutto era iniziato con una notizia gioiosa – aspettavano un bambino. Era la sua prima gravidanza, tanto desiderata e sofferta. Per mesi avevano girato medici, fatto analisi, agitati ad ogni controllo, cercando il minimo segnale di speranza nei termini freddi della medicina! Ogni test negativo era un piccolo colpo, e ogni “ancora no” del medico era motivo di lacrime silenziose sul cuscino. Desideravano così tanto quel bambino che il sogno era diventato parte di entrambi, il progetto più importante e luminoso per il futuro.
E finalmente – due lineette! Rita ricordava quel momento nei minimi dettagli: le mani tremanti mentre prendeva il test, l’incredulità negli occhi e la decisione di farne altri due, poi il correre da Kirill senza riuscire a dire una parola, mostrando solo i risultati. Il suo volto si illuminò di un sorriso felice che le tolse il respiro. Erano in cucina, abbracciati, a ridere e piangere allo stesso tempo, e sembrava che tutto il mondo si fosse fermato a gioire insieme a loro.
Facevano progetti, immaginandosi genitori… Ecco, scelgono la culla – discutono sul colore, toccano il legno levigato, immaginano come sarà il piccolo in quel nido minuscolo. Passeggiano nel parco in una tiepida giornata autunnale: Kirill spinge la carrozzina, lei cammina accanto, controllando ogni tanto se il bambino dorme tranquillo sotto la coperta calda. E poi – il primo “mamma”, timido, incerto, che fa battere il cuore e riempie gli occhi di lacrime di felicità… Queste immagini erano così vivide, così reali, che quasi sentiva il calore del piccolo corpo sul petto.
Ma ora quei sogni sembravano lontani, come immagini di un’altra vita. Lo schermo davanti a lei tremolava, i personaggi continuavano a vivere la loro dramma, e Rita sedeva nella penombra della stanza, abbracciando le ginocchia, sentendo il peso della stanchezza gravare sulle spalle. Questa fatica era più pesante di qualsiasi malessere fisico; proveniva dall’interno, dalla profondità più profonda, prosciugando ogni energia, rendendo ogni gesto un’impresa.
Tutto crollò alla nona settimana. Prima arrivarono i dolori – acuti, spaventosi, che le toglievano il respiro. Rita provò a convincersi che fossero solo crampi, che presto sarebbero passati, ma il dolore cresceva. Kirill, vedendo il suo viso pallido e le mani tremanti, chiamò subito un’ambulanza. In macchina, strinse la sua mano così forte che i segni delle unghie rimasero sulla pelle. Guardava il suo volto impaurito e pregava in silenzio tutti gli dèi che conosceva, chiedendo solo una cosa – che andasse tutto bene.
Ospedale. Pareti bianche, luce accecante, passi frettolosi del personale. I medici parlavano, facevano esami, somministravano farmaci – ricordava solo frammenti di frasi: “conservare… le possibilità… purtroppo”. E poi – un muto, impietoso: “non è stato possibile salvare”. Quelle due parole rivoluzionarono completamente il mondo della ragazza. Suonarono come una condanna, tagliandola fuori dal felice futuro che solo ieri sembrava inevitabile. E avevano già scelto un nome, comprato una culla meravigliosa, ordinato qualche mobile per la cameretta… E ora? Come si vive dopo? La domanda rimaneva sospesa, senza risposta.
I medici spiegavano pazientemente: succede, non è colpa sua, il corpo a volte “rifiuta” la gravidanza per ragioni sconosciute. Parlavano di recupero, di tempo, di possibilità future. Ma come accettare che dentro di lei non ci fosse più quella piccola vita, per la quale aveva già scelto un nome e immaginato centinaia di scene future? Come rassegnarsi al fatto che i sogni così vicini si fossero polverizzati? Queste domande rimanevano senza risposta, pendendo come un peso sul cuore.
Rita smise di uscire di casa. All’inizio era solo riluttanza – poi divenne abitudine. Cucina? Perché, se il cibo non aveva sapore, se ogni boccone si bloccava in gola come sabbia secca. Pulire? Chi se ne importa della polvere sui mobili? Passava le giornate sul divano, avvolta in una coperta, guardando film tragici – non perché le piacessero, ma perché il loro dolore sembrava familiare, comprensibile. A volte piangeva in silenzio, altre a dirotto, fino a esaurire le lacrime. Talvolta si addormentava in vestaglia, senza pettinarsi, senza lavarsi. Si svegliava – e tornava al telecomando, per un nuovo film, una nuova trama, un nuovo dolore altrui che distraesse dal suo.
Le faccende domestiche erano diventate un enorme peso, irritante solo per la loro esistenza. Vestiti sporchi accumulati in un angolo, lettere e bollette sul tavolo, fiori sul davanzale appassiti. Rita lo notava di sfuggita, ma non aveva la forza di cambiare nulla. Tutto sembrava inutile, privo di senso. Persino Kirill, che cercava di starle vicino, portava cibo, parlava con lei, sembrava parte di quel mondo grigio e indifferente.
E oggi arrivò quella chiamata.
– Arriveranno adesso, apri la porta e fai entrare la signora, – istruisce Kirill. La sua voce è leggermente tesa, come se si aspettasse resistenza, ma cerca di parlare neutrale e calmo.
– Quale signora? – chiese Rita, aggrottando la fronte, confusa. Perché dovrebbe far entrare qualcuno? Non vuole vedere nessuno! L’idea di alzarsi, aprire la porta, interagire con uno sconosciuto le sembrava impossibile e sgradevole.
– Non importa. Solo apri, – rispose l’uomo, e poi chiuse la chiamata. Nella sua voce c’era una speranza velata, che Rita non rifiutasse.
Rita tenne il telefono in mano, fissando lo schermo spento. Voleva chiedere altro – chi fosse, perché venisse, perché Kirill non avesse spiegato – ma era troppo tardi. Dentro di sé, tutto si opponeva a quell’intrusione inattesa, a quella violazione del suo fragile ma familiare isolamento.
La ragazza posò lentamente il telefono sul divano. Tutto sembrava insignificante, lontano dal dolore che abitava dentro di lei. Si appoggiò allo schienale del divano, fissando il soffitto. Dietro il muro, i vicini accendevano la musica, fuori passavano macchine, la vita scorreva – ma per lei il tempo sembrava essersi fermato. Esisteva in un flusso temporale tutto suo, dove non c’era ieri né domani, solo un interminabile, appiccicoso oggi, pieno di vuoto.
Dieci minuti dopo, suonò il campanello. Il suono ruppe il suo torpore semi-sonnolento.
Rita inspirò profondamente, tremando leggermente. Le mani le sudavano, il cuore le batteva forte, ma, lentamente, come se una forza invisibile la guidasse, si alzò.




