Sofia aprì lentamente gli occhi, e la sua coscienza affondava in un denso torpore mattutino, ancora non pronta per un nuovo giorno.
Dalla cucina, dall’altra parte del muro, si sentì un suono familiare e quotidiano: il bollitore che iniziava a fischiare.
Il suo fischio, acuto e insistente, squarciava il silenzio dell’appartamento come un segnale dell’inizio di un’altra giornata monotona.
Fuori dalla finestra, il sole autunnale brillava delicatamente sulle foglie ingiallite. La città si svegliava lentamente, e i rumori di auto, voci e passi si mescolavano in una sinfonia mattutina familiare.
Sofia rimase sdraiata ancora un momento, cercando di trattenere la fragile calma tra sonno e veglia. Ma la realtà si impose – email, riunioni, infiniti compiti che l’aspettavano.
Si alzò, avvolgendosi più strettamente nella coperta, e guardò il lato vuoto del letto.

C’era ancora una leggera impronta sul cuscino – come un segno di qualcosa che non c’era più.
Il bollitore sul fuoco cominciò a fischiare più forte. Sofia si alzò, si avvicinò lentamente alla cucina e versò il tè.
Il vapore si alzava in un sottile filo, e lo osservò quasi incantata, come se cercasse di leggere il futuro in esso.
Ma nello specchio sopra il lavello incontrò solo il proprio volto – stanco, pallido, con occhi che sapevano troppo.
Bevve un sorso e sentì il calore diffondersi nel corpo.
Da qualche parte, in profondità dentro di sé, sapeva di non poter più continuare così – intrappolata nelle routine, nella solitudine, nell’ombra dei ricordi.
Ma ancora non sapeva come ricominciare.




